JFF Plus: Il festival si tinge di mistero

Tendenze ed approfondimenti sul festival del cinema giapponese, che propone film vivaci e divertenti, commedie musicali, love story ma anche opere che invitano a riflessione

di Redazione 18 Febbraio 2021 19:21
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Visti i tempi un po’ cupi che stiamo attraversando a seguito della pandemia globale, il JFF Plus si offre come una ventata di spensieratezza, con una selezione di film vivaci e divertenti, commedie musicali, love story ma anche opere che invitano a riflessioni su temi universali quali la famiglia, l’amore, la dedizione al lavoro, la terza età, la crescita dei figli, la possibilità di guardare al passato per essere migliori nel presente. Ma non è trascurato il suspense, uno dei generi più seguiti dagli amanti della settima arte e che nel J-Horror giapponese trova un discreto numero di titoli per soddisfare anche chi si vuole addentrare oltre la soglia del mistery e identificarsi in situazioni che non sono poi solo mera finzione ma sfiorano la realtà più di quanto possiamo immagjnare.

Nakata Hideo, classe 1961, è sicuramente un regista horror conosciuto anche in Italia, apprezzato per i numerosi titoli che tra fine anni ’90 e inizio 2000 hanno tenuto col fiato sospeso gli spettatori di tutto il mondo, come  Ring (1998), Ring 2 (1999), Dark Water (2002), e successivamente Chatroom (2010), The complex (2013), che gli hanno valso premi e riconoscimenti tra i quali il Premio Popolarità assegnatogli dal Japan Academy Prize nel 1999 per il grande successo di Ring, il thriller tratto dal romanzo di Suzuki Koji sulla storia di una giornalista che cerca di scoprire il mistero di una video-cassetta maledetta che uccide chi ne guarda il contenuto.  

Più che scene horror, di fantasmi o mostri dall’aspetto terribile, sono piuttosto l’atmosfera da brivido e una certa inquietudine gli elementi utilizzati dal regista per tenere lo spettatore attaccato allo schermo, in ansia per quanto sta accadendo a Sadako e per quanto la nostra immaginazione inevitabilmente crea in un ambiente così oscuro e immobile, dove poco viene esplicitato e molto lasciato alla suggestione personale. Lo sceneggiatore Takahashi Hiroshi è tra gli autori che più hanno contribuito a rendere popolare il J-horror a livello internazionale, scrivendo le sceneggiature non solo di Ring ma anche di Don’t Look Up (1996) sempre per la regia di Nakata Hideo, di Serpent’s Path (1998) di Kurosawa Kiyoshi, Orochi: Blood (2008) di Tsuruta Norio e Ju-On: Origins (2020) di Miyake Sho.

Come dichiarato in un’intervista che Takahashi stesso ha rilasciato al JFF – e che potete trovare nella sezione READ sul sito del festival: https://jff.jpf.go.jp/read/interview/jhorror/  – la denominazione J-horror è stata creata a posteriori dai media giapponesi. Nell’intenzione di registi e sceneggiatori non c’era l’intenzione di creare un genere, quanto piuttosto di rendere omaggio ai film horror britannici e statunitensi visti da bambini, come The Innocents (1961) di Jack Clayton e The Haunting (1963) di Robert Wise.

Non sono infatti stati sorpresi dall’accoglienza che gli spettatori occidentali hanno riservato ai film horror giapponesi, ma non si aspettavano decisamente che i registi occidentali potessero pensare a dei remake degli horror nipponici come di fatto è accaduto con Ring and The Grudge (Ju-On, 2002) di Shimizu Takashi. Da quando il termine J-Horror è entrato a identificare un genere cinematografico a se stante, sono passati più di 20 anni: lo sceneggiatore Takahashi cavalca l’onda di quel successo firmando nel 2020 la serie di Netflix Ju-On: Origins, ambientata in Giappone tra la fine degli anni ’80 anni e  l’inizio degli anni ’90 e ispirata a crimini e incidenti realmente accaduti e che, a suo dire, hanno sicuramente catturato l’attenzione e agito sull’immaginazione di quanti della sua generazione hanno creato ciò che in seguito è stato identificato come J-horror.

Ma veniamo al recentissimo film Stolen Identity di Nakata Hideo, sceneggiato questa volta da Oishi Tetsuya, uscito in Giappone nel 2018 e selezionato per il JFF Plus. Tratto dall’omonimo romanzo di Shiga Akira (tit. originale Sumaho o Otoshita dake nanoni pubblicato nell’aprile 2017 da Takarajimasha bunko), vincitore della 15 edizione del Premio Kono Mystery ga Sugoi! (This Mystery is Excellent!)  racconta di un furto di identità dagli esiti inquietanti.

Un giorno Asami (interpretata da Kitagawa Keiko) telefona al suo fidanzato, ma risponde una voce sconosciuta che le dice di aver trovato quel telefono e che a breve glielo restituirà. Ma da quel giorno accadono strane cose ad Asami, che diventa l’obiettivo di un serial killer deciso a rivelare un segreto che la coinvolge. A due anni di distanza dall’uscita di Stolen Identity – un film che al botteghino ha incassato 1,9 miliardi di yen (circa 15 milioni di euro) – è uscito nel febbraio 2020 anche il sequel Stolen Identity 2 (Sumaho o Otoshita dake nanoni: Toraware no Satsujinki, 2020), sulla scia di quanto fatto da Nakata con Ring.

Nel sequel il film riparte dopo un paio di mesi da quanto raccontato nel primo. Un nuovo corpo assassinato viene ritrovato nella stessa area e il detective Manabu cerca di scoprire la verità avvalendosi proprio dell’aiuto del serial killer Yoshinaru, che gli spettatori avranno modo di conoscere nello Stolen Identity presentato al JFF Plus. 

Nakata è molto apprezzato dai cinefili dark per la sua capacità di mettere lo spettatore a disagio per qualcosa che turba la sua quiete, che incute paura ma che non si rivela. L’ignoto, il non sapere cosa genera quella paura aumenta l’inquietudine.

Stolen Identity racconta di un furto di identità avvenuto tramite smartphone, un tema attualissimo, e che ci rende tutti potenziali vittime. Il furto di dati è una questione che ci riguarda ogni volta che accendiamo il computer e utilizziamo i social.

Siamo coscienti che i nostri dati al momento di fare un acquisto o quando carichiamo foto sui social potrebbero essere acquisiti da hacker e malitenzionati ma la perdita del cellulare innesca una immediata tensione perché  divenuto un oggetto intimo che sa tutto, troppo di noi, e ci mette a disagio anche in mani non nemiche.

Di mistero, fantasmi e paranormale si parla anche nel corto animato della Production I.G Li’l Spider Girl (2012) diretto da Kaiya Toshihisa. In un vecchio libro è raccontata la storia di un mago che nel lontano passato ha sconfitto un mostro-ragno-gigante: Amane, un antiquario di libri vuol vendere quel libro per pagare l’affitto, ma mai avrebbe immaginato che dopo aver letto la storia alla nipote del proprietario dell’edificio, si sarebbe trovato faccia a faccia con una bimba-aracnide alta solo 20 cm e con otto zampe…

Come in ogni ghost film che si rispetti l’aspetto grazioso della bambina mai farebbe sospettare il mostro che si incarna in lei e il momento della trasformazione in aracnide, enfatizzato dal nero delle zampe che contrasta con i brillanti colori del kimono della bambina e dai toni di voce concitati di quanti assistono alla metamorfosi, aumenta la tensione e il timore che il piccolo mostro aggredisca proprio l’antiquario che ha cura di lei e vuole ricondurla nel passato e restituirle l’identità. La letteratura dei fantasmi gode di grande popolarità in Giappone e ha una lunga tradizione che si declina anche nel contesto del teatro e della storia dell’arte. Chi muore con dei conti ancora in sospeso, torna a vivere come fantasma e infastidisce e terrorizza i viventi fino a che i conti non vengono chiusi o la vedetta portata a termine.

Ancora una dark story con il corto animato della Production I.G The Girl from the Other Side (2019) diretto da Kubo Yutaro e Maiya Satomi, 10 minuti di intensa tensione dovuta alla contrapposizione tra due mondi dove regna l’incomunicabilità. Outsider e Insider vivono in mondi rigidamenti separati e quando una bambina si perde nel territorio Outsider sa che sta per iniziare una difficilissima convivenza. Il legame che riescono a creare, però, trascende la loro natura incompatibile e la maledizione senza nome che ha diviso il mondo. Basato sull’omonimo manga bestseller di Nagabe – pubblicato anche in Italia da J-Pop – nomination al festival di Angoulême. Il mistero è quello che divide i due mondi e le loro creature, in una dicotomica separazione Bene-Male/Mostruoso-Umano/Nero-Bianco e il suspense risiede nel timore di una vittoria o predominanza degli Outsider sugli Insider.

La bambina segna la risoluzione del conflitto, la possibilità di un dialogo e di una convivenza al limite dell’immaginabile. Gli esseri mostruosi, neri e deformati nell’aspetto, sono segnati da una  maledizione che non gli permette di entrare in relazione e in contatto con i bianchi esseri umani cui sono contrapposti: se si tocca un Outsider si diventa uno di loro e sapendo questo la bambina deve trovare un modo di relazionarsi molto speciale, in uno sforzo continuo di accettazione del diverso che chiede la nostra riflessione e attenzione, affinché non alziamo muri contro le diversità ma costruiamo ponti per andare incontro all’altro e trovare soluzioni di pacifica convivenza. I toni di grigio presenti nel corto animato, con le tante sfumature, fanno in fondo capire che non si può dividere il mondo nettamente in bianco e nero, buoni e cattivi, salvati e dannati, puri e impuri come si tende a fare per evitare convivenze che richiedono un maggior impegno e coinvolgimento personale.

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