Salute: più intelligenti grazie ai farmaci per la pressione alta

Beta-bloccanti per contrastare i danni dell'Alzheimer e mantenere inalterate le proprie capacità cognitive.

di Francesco Giuseppe Ciniglio 8 gennaio 2013 20:48

Più intelligenti assumendo medicinali per la pressione alta? Secondo una ricerca eseguita nelle Hawaii dal Pacific Health Research and Education Institute di Honolulu, che verrà presentata nel corso del 65°meeting annuale dell’American Academy of Neurology, chi assume farmaci beta-bloccanti, avrebbe molte più possibilità di conservare le proprie capacità cognitive anche in tarda età, sconfiggendo i danni provocati dall’Alzheimer. I beta-bloccanti vengono in genere utilizzati per curare la pressione alta, l’angina e le aritmie cardiache.

Capacità cognitive e farmaci beta-bloccanti – La ricerca

Lo studio ha finito con il coinvolgere quasi 800 anziani giapponesi e americani di sesso maschile, tutti facenti parte dell’Honolulu Asia Aging Study, una ricerca sull’invecchiamento.

Dei suddetti, ben 600 erano interessati da pressione alta e oltre la metà assumevano medicinali contro la detta problematica.

Tra i pazienti sottoposti a cura farmacologica, solo il 15% assumeva un beta-bloccante, mentre il 18% era solito utilizzare sia farmaci beta-bloccanti che altri medicinali. La restante parte, veniva trattata con altri farmaci.

Le autopsie eseguite su coloro che sono passati a miglior vita durante l’esecuzione della ricerca, hanno permesso di comprendere che i pazienti curanti con i beta-bloccanti presentavano un QI maggiore e meno anomalie al cervello rispetto a coloro che erano stati curati con altri farmaci o non erano stati sottoposti ad alcuna cura.

A quali anomalie si fa riferimento? I ricercatori hawaiani hanno pensato bene di racchiuderle in due categorie: quelle connesse all’Alzheimer e le lesioni denominate “microinfarti”, derivanti da lievi ictus non diagnosticati e riconosciuti quando i pazienti erano ancora in vita.

Coloro che avevano assunto dei farmaci beta-bloccanti, insieme ad altri medicinali o senza combinarli, presentava, tra l’altro un restringimento cerebrale di minor entità, uno dei segnali imputabili all’Alzheimer.

Conclusioni

Serviranno sicuramente nuovi studi per comprovare l’attendibilità della ricerca eseguita dagli studiosi della Pacific Health Research, anche se, i dati riscontrati, sembrano parlar chiaro.

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